SABATO 29 DICEMBRE ore 20.30
P.zza S.Pietro - Riposto (CT)
RAIZ + SteelA in concerto
All’anagrafe risulta come Gennaro Della Volpe. Alle cronache musicali s’è presentato come Rais, Raiss, Raiz. Uomo dai mille nomi e dalle mille collaborazioni, ma soprattutto voce caliente della Napoli affermatasi all’inizio degli anni Novanta, quando esplodeva la Tangentopoli locale e, tra club del centro storico e centri sociali, esplodeva soprattutto una nuova scena di talenti musicali capaci di coniugare tradizione e modernità, Partenope e il resto del mondo. Fin dall’esordio, nel 1992, gli Almamegretta rappresentano the next big thing dell’italian wave, il punto di riferimento per il suono di un decennio. Reggae e funky esplodono nell’ugola carnale di Gennaro e scoprono le proprie origini partenopee, tra una tammurriata e un canto a fronna.
Con gli Alma Raiz raccoglie recensioni entusiastiche, registra album-capolavori, infiamma le notti, scopre quant’è difficile lavorare per una piccola etichetta indipendente come per una major.
Ma la sua curiosità e il bisogno di crescere lo portano spesso ad andare "oltre" la band: la sua voce incontra i Massive Attack, Pino Daniele, i Letfield, gli Orchestral World Groove di Gaudì, gli Asian Dub Foundation, Mauro Pagani, dà vita al progetto Ashes con Bill Laswell ed Eraldo Bernocchi, si fa sentire nel "Tangerine cafè" di Luigi Cinque come nell’esperimento sulla taranta salentina di Stewart Copeland. E poi il teatro (Brecht con i Cantieri Teatrali Koreja, i readings canori su versi della beat generation) e il cinema come attore ("Cuore scatenato", il western siciliano di Gianluca Sodaro) e come autore di colonne sonore ("Luna rossa" di Antonio Capuano").
"Wop", il suo primo album da solista, prodotto da Paolo Polcari e Roberto Vernetti, viene pubblicato da Universal nel 2004.
Ugola carnalissima, verace, napoletana, italiana, europea, araba, terrona, cosmopolita, apolide, orgogliosamente wop, quasi ad aggiornare i racconti di John Fante in chiave no global.
Il bouzouki di Mauro Pagani apre le danze di un disco che parla di amore, convivenza, meticciaggio. Un inno panteista alla vita, sospeso tra la rabbia per quello che tutti vediamo attorno a noi e la voglia di cogliere l’attimo, di lasciarsi cullare dal respiro sensuale di una donna, ma anche di madre natura.
Raiz è uscito dal gruppo, ma prima di lui era uscito Paolo Polcari, altro fiore felice senza radici, napoletano a Londra pronto a giocare coi suoni elettronici, coi beat radicali. Ricomposto con l’antico compagno di note il dream-team degli anni Novanta, Rino riparte con la consapevolezza di essere ancora e sempre un’anima migrante.
Con voce unica, indiscutibilmente una delle più belle della scena italiana di oggi e forse di sempre, si muove tra Sergio Bruni ed Oum Kalsoum, Pier Paolo Pasolini e Omar Kayyam, i Transglobal Underground e Pino Daniele, i figli di Annibale e i figli dell’11 settembre. Usa le lingue che gli appartengono (il napoletano, l’italiano e l’inglese) per raccontarsi attraversando le musiche gli appartengono (il reggae, il soul, la forma canzone). Insomma, l’odissea consapevole di un wop, come un tempo si chiamavano gli emigranti italiani in America, lavoratori senza documenti.
“Uno”.
UNO perché spiritualità e sensualità vivono insieme e l’una senza l’altra non hanno senso; perché “cogito” ma non di meno ”mangio, bevo, ballo, faccio sesso” ergo sum. Perché UNO mi sento con il pianeta sul quale mi è stato concesso di esistere, e nulla sono al di fuori di esso. UNO è fatto di argomenti intimi e di scottanti attualità, parla il napoletano stretto e senza concessioni non per rivendicare appartenenza ma perché la non – ufficialità di questa lingua perfetta per me rappresenta tutti quelli che non hanno ufficialmente voce. UNO è estremamente “local” e immediatamente “global”, non nel senso omologante che tutti conosciamo ma in modo da far parlare diverse culture con una medesima lingua: usa la massima disposizione alla sintesi che è insita nell’anima musicale mediterranea e fa fondere le melodie arabo andaluse, le canzoni dei migranti dell’europa orientale, la tarantella, la canzone italiana , il reggae, il rap e il medio oriente.
SteelA
Del Salento si è già parlato abbastanza: della tradizione sonora legata alla trance e ai rituali di guarigione sui quali in tempi recenti si è innestato il raggamuffin giamaicano, in una terra che ha davvero molte similitudini con l'isola caraibica taranta, pizzica, dance hall, Sud Sound System e tutto il resto. Ma proviamo ad immaginare un gruppo di ragazzi, anzi, un gruppo di bambini, sui dieci/dodici anni, che al termine del concerto degli Africa Unite nella piazza del paese (siamo nei primi anni'90) mette nello sgabuzzino i giocattoli e, strumenti rudimentali alla mano, incomincia a cimentarsi con la musica reggae. Cose così solitamente succedono a diverse latitudini, in molte altre parti del mondo. Da noi quasi mai. Da noi al massimo un bambino guarda la band di punk californiano di turno su Mtv e tutt'al più imbraccia una scopa e rotea gli avambracci immaginando arene di pubblico in delirio. Però a Borgagne, paese di duemilacinquecento cristiani, a pochi chilometri da San Donato-Torre dell'Orso-Torre Sant'Andrea (triangolo ad altissima densità di dance hall e zona operativa del Sud Sound System), tutto ciò è successo. E il risultato, a distanza del tempo necessario, è stato recapitato proprio a due Africa Unite dell'epoca: a Madaski e a Max Casacci. Il primo ha deciso immediatamente di mettere mano ai suoni e di realizzare insieme a Paolo Baldini un album. Il secondo, dopo averli visti detonare dal vivo (un reggae potente, contaminato ma non geneticamente modificato, dall'approccio naturale come solo la Giamaica, il Salento e pochi altri posti al mondo sanno esprimere), ha deciso di inserirli nel groova department di Casasonica: una sezione dell'etichetta legata ai ritmi, al dub e all'elettronica più groovosa. La formazione definitiva degli SteelA è stabile da due anni, ma ha già avuto modo di esibirsi al fianco di artisti come Macka B, Blue Beaters, e Zulù, ricevendo validi consensi e incassando ottimi incoraggiamenti.
E Giostre il nome del primo singolo in uscita a giugno, sarà accompagnato da un videoclip che vede dietro la macchina da presa Riccardo Struchil
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